Uno sguardo al passato

Cinque mesi di storia del 158° Corso AUC

9 gennaio – 9 giugno 1995

 

"Chi io ?!" Questo abbiamo esclamato a viva voce, increduli, una volta comunicatoci la notizia che avevamo vinto il concorso per il 158° Corso A.U.C.

Molti hanno misurato sulla carta geografica i decimetri che separavano il proprio domicilio da Lecce: prima di ammirarla ed apprezzarla Lecce fa decisamente paura, così lontana …

Saluti, baci, pacche, abbracci, felicitazioni, sorrisi fino alle orecchie: "Che bravo! Ma non è che il corso è duro? Tze! No seeee! Uno scherzo, e poi cinque mesi passano veloci. E’ fatta !". Che sensazioni particolari ripensare ora all’ignoranza di quei giorni: non puoi mai renderti conto di un qualcosa se prima non la provi. Arrivavano alla spicciolata i consigli di ex allievi, magari provenienti dai corpi logistici o dall’artiglieria: "Portati gli abiti civili, che tutte le sere uscirai; studierai due o tre librettini, una manciata di esametti e via; ogni quindici giorni avrai un 36 ore". E’ evidente che non erano carristi, né tantomeno conoscevano la Scucar di Lecce.

E noi ancora più ignoranti e ancora più incoscienti riempivamo le nostre borse di chili e chili di roba, convinti di spaccare il mondo e tornare presto. Ci aspettava piuttosto un’esperienza che, in un modo o nell’altro, avrebbe forgiato il nostro carattere travolgendoci come una locomotiva.

Ed eccoci alla Scuola di Carrismo. Era il 9 gennaio 1995, un tipico 9 di gennaio: tutto grigio e piovigginoso, triste come si conviene in simili circostanze. Intenso ed indelebile però per una sessantina di ragazzi silenziosi, variopinti, curiosi, baldanzosi e capelloni. Scrutavamo le maschere dei nostri ufficiali, cercando di leggere tra le righe, maschere che di lì a poco sarebbero state gettate per mostrare il vero volto di un istruttore della Scuola allievi ufficiali carristi.

E pensare che la "BOTTA" era lì in agguato, bastava allungare una mano, era solo questione di ore: 12 furono, infatti, sufficienti perché ci si coricasse con uno stato d’animo del tutto diverso da quello del mattino.

Che cosa era mai successo?! Eh! Eh! Niente di più semplice: avevamo avuto il primo contatto con gli "anziani" del 157° corso. Era un po’ come vedersi allo specchio e non riconoscersi: "… e noi dovremmo diventare come loro? Impossibile".

In effetti, quegli anziani molto diversi da noi, così uguali tra loro… Stentavi a distinguerli l’uno dall’altro! ormali, impeccabili, sicuri, preparati, autoritari, inflessibili, distaccati, freddi, impassibili …massicci.

I giorni che seguirono furono all’insegna dello sgomento puro, incancellabile dalle nostre memorie, uno sgomento che ci gonfiava il cuore. Shockante il risveglio mattutino, più precisamente il momento in cui aprivi gli occhi e prendevi coscienza della situazione. Avresti voluto essere in mille altri luoghi, ti mancava tutto: la famiglia, la fidanzata, gli amici, lo studio abbandonato, il lavoro interrotto. E quegli anziani che sempre di più ti ronzavano intorno, ovunque: a mensa, in compagnia, sui viali della Nacci e fuori per le strade di Lecce. Angeli custodi che non perdevano occasione per riprenderti, consigliarti, suggerirti e bombardarti ricordantoti dov’eri. E il nostro cervello, "tabula rasa" si rimpinzava di nozioni e norme comportamentali di così elevato numero e specie da non poter poi partorire altro che atteggiamenti e decisioni tragicomiche.

La figura dell’ "anziano" è di incommensurabile importanza per il "missilistico" allievo che si affaccia alla Scuola: noi l’avevamo capito, imparavamo così tante cose, ma loro restavano e resteranno croce e delizia dell’allievo giovane, così cercati e così respinti.

Dove finiva l’anziano iniziava il Tenente e viceversa. L’opera di "maneggiamento" si stava profilando e noi eravamo sempre più sbigottiti di siffatto lavoro, intimoriti dalle premesse, nonché dalle promesse: il futuro si tingeva di nero.

Nel frattempo erano passati quei pochi giorni con gli abiti civili, che così bene ci distinguevano, ultimo baluardo della vita che ci lasciavamo dietro malinconicamente. Anche noi, ora, non ci riconoscevamo più tanto facilmente e la cute bianca traspariva sotto il capello cortissimo. Ci scambiavamo le prime impressioni, i primi commenti: roba da disperati. Si scorgevano però anche i primi sorrisi, preludio a sane risate, che le circostanze e la tensione facevano spesso scaturire. Stava succedendo qualcosa di meraviglioso: iniziavano a formarsi dei legami stabili, di vera amicizia, un qualcosa che ci unirà per sempre stava gettando le sue fondamenta.

Ciò è bello ed inevitabile quando condividi tutto per cinque mesi interi. Siamo fermamente convinti che, quando fra cinquant’anni ripenseremo al Corso, il primo ricordo sarà per i compagni di cameretta, per quelli di banco a lezione o per l’allievo con cui preferivamo uscire. Quando c’è la complicità tutto si supera meglio: da soli non ce l’avremmo mai fatta.

Era intanto iniziato a pieno ritmo l’addestramento formale e teorico. Gli impegni si accumulavano l’uno sull’altro, a breve scadenza, interminabili. Nasceva una paura: persone pigre, svogliate, viziate, magari disabituate a tali cicli quotidiani, una volta responsabilizzate e resagli dura la vita con ostacoli continui e nessuna agevolazione, come potevano reagire? Si sa che l’armadio stipato, troppo pieno, se l’apri ti si svuota a dosso.

Potenza del corso!!! Unico risultato è stato quello di rimboccarsi le maniche, di rispondere con abnegazione, di gettarsi a capo fitto nell’impresa di costruirsi, mattone su mattone, l’immagine e la preparazione di un Ufficiale Carrista. Avevamo capito. Ma quante piaghe fecero venire quelle lunghe marce! E quante talloniti! "Basta! Io mi fermo!" Era la frase più ricorrente in inquadramento. Quel fucile che di minuto in minuto moltiplicava il suo peso, insostenibile, doveva comunque continuar ad avere il tromboncino allineato e coperto. La testa doveva essere alta, a cercare sappiamo solo noi cosa, lassù nel cielo!

Dovevamo diventare formali, dovevano scomparire quella sbadataggine e quella goffaggine che sempre ci accompagnavano in ogni occasione. Non si conta la miriade di figurette e figuracce che ci vedevano protagonisti; incredibili ma vere, scontate soprattutto quando sei stretto in una morsa inesorabile che ti attanaglia e ti fa perdere lucidità.

In aula poi, a lezione, passavamo gran parte del tempo destinato all’attività in uno stato comatoso di stanchezza ormai cronica.

Gli stecchini per tenere su le palpebre erano sprecati: sbadigli da cavernicoli e sguardi assenti costellavano la visione dell’istruttore che aveva solo l’imbarazzo della scelta per affibbiare qualche settimana di consegna. La concentrazione doveva restare alta e i mezzi in possesso all’ufficiale per far rispettare questa regola sono innumerevoli.

Ma fra tutti "… per la gioia di mamme e piccini…", le mini-interrogazioni, vero spauracchio delle lezioni, ma di un’efficacia unica poiché ci obbligavano a star sempre preparati.

Un plauso alla tecniche addestrative se i risultati in media studi sono stati quelli che abbiamo conseguito.

Dopo 16.300 "presentat-arm" giungeva finalmente il fatidico giorno del Giuramento: ogni commento è superfluo. Di fronte al Comandante della Scuola, generale Ciro Cocozza, prestavamo giuramento alla Patria, fieri e orgogliosi, anche se falcidiati da una micidiale influenza.

E’ appena il caso di dire che taluni, stoici, vollero presenziare anche con alcune linee di febbre. Tutta colpa del freddo glaciale che non ci voleva abbandonare e che ci costringeva a dormire con guanti e cappello di lana! Robetta comunque, per un carrista di ferrea mole …

Al giuramento seguì un liberatorio 36 ore (di molto sbracato, di molto …) primo e unico per tanti.

Ma il travolgente incidere del tempo spazzava tutto, a maggior ragione quei brevi momenti trascorsi con parenti e fidanzate e sbatteva in faccia a noi allievi i temuti accertamenti della prima fase!

Le già esigue ore di sonno si assottigliavano ancor più. La notte, si sa, porta consiglio! E allora quale momento migliore per istruirci!?

Per due settimane abbiamo avuto un programmino niente male. Letteralmente travolti proseguivamo per inerzia, incapaci di immaginare alcunché di più massacrante. Ricordiamo con immenso piacere gli aiuti reciproci che ci scambiavamo, altruisti come non mai, perché il sapere di ognuno fosse tesoro di tutti. Come ne uscimmo? Diciamo indenni, ben lanciati verso traguardi ancora più soddisfacenti che la nostra intelligenza ci ha permesso di raggiungere.

Una cosa l’allievo non riuscirà mai a scrollarsi di dosso sono i servizi. Era angosciante recarsi nell’atrio a leggere in bacheca il proprio nome scritto per tre, quattro e anche cinque volte a settimana accanto a parole come "servizio di guardia", "PAO", "Caporale di giornata", "NCC" e via via.

Quante collezioni! I fine settimana in caserma, tra un "itinerante" e una "porta carraia", tra un’ispezione e una bella pulizia accurata e minuziosa dei W.C.: tutte spine nel fianco della nostra vita militare eppure anch’essi logici e chiari nella loro funzione educativa.

E che dire delle capatine al poligono di Torre Veneri, base logistica, dove sparavamo con fucili, pistole e mitragliatrici, o lanciavamo bombe prendendo dimestichezza con quelle armi di cui conoscevamo perfettamente la complessa meccanica? Attimi fulgidi di un addestramento pratico, meticoloso ed accorto, perché la sicurezza non è mai un gioco. Per la cronaca segnaliamo alcuni cecchini di prim’ordine, potenziali cacciatori dal ricco carniere, nonché alcune clamorose schiappe, a cui forse il primo approccio con l’arma ha giocato un brutto scherzo.

Marzo già di per se è un mese lungo, se poi ci inserisci l’addestramento della seconda fase… beh! Allora non ti passa proprio più!! E infatti…

Era però con sincero interesse che ci avvicinavamo a "Mezzi Corazzati" e "Armi e Tiro", materie che non potevano non destare curiosità in noi, data l’importanza.

Quanti periodi! "Tutto in cinque settimane"; così avevamo deciso i programmatori del corso. La Pasqua incombeva, ma noi non potevamo tagliare un solo periodo a riassumere un argomento; ottenevamo così un’intensificazione traumatica dell’addestramento che avrebbe steso anche un toro.

Gli esiti positivi degli accertamenti, ancor più duri rispetto a quelli della prima fase, ci galvanizzarono: niente da fare, eravamo tagliati per gli studi!

Archiviata da neanche due ore anche questa pratica (scritto di Mezzi Corazzati) parevamo euforici e gagliardi per il ritorno a casa delle festività pasquali.

Mai momento migliore fu più indovinato per una leggera licenza di cinque giorni…

Fare il Corso AUC vuol dire anche avere occasioni uniche come quella che ci si presentò nei primi giorni di aprile, quando venne a farci visita il Nunzio Apostolico in Italia, Mons. Colasuonno. E’ stato un incontro importante: per sei di noi cresimati, anche un momento fondamentale della propria vita spirituale. A prepararci in tutto e per tutto, preoccupandosi di ogni aspetto di quell’incontro è stato il nostro prezioso cappellano militare, che ci portò addirittura a formare un coro efficiente e organizzato, esibitosi brillantemente durante la cerimonia della cresima.

E ora che ne dite di un bel paio di servizi ai seggi per le elezioni regionali? Niente male, eh!?

Eh si, due, perché il ballottaggio ci riportava, a distanza di due settimane, negli stessi ameni luoghi… E siccome la squadra vincente non si tocca, eravamo ancora noi i candidati prescelti. Il secondo servizio veniva in un momento drammatico (com’era basso il morale della truppa!) in quanto costretti a lasciare, per causa di forza maggiore, il "campo" di Torre Veneri dove in soli tre-quattro giorni c’eravamo così bene insediati e ambientati. Potevano chiederci qualunque cosa, eravamo ormai pronti a tutto!

Disfacevamo e rifacevamo gli zaini valigia a tempo di record, a occhi chiusi e alcuni sostengono pure con le mani legate. Sono stati veri momenti di trasloco, di "sballottaggio". Uno di noi avrebbe definito il campo "vittima delle circostanze" rendendo molto bene l’idea.

Nonostante i disagi saliva l’entusiasmo, la voglia di fare, la passione: che vita quella del carrista! noi andava a genio. Torrette, guide simulate e reali, oli, filtri e sicurezze, perfino viaggi in elicottero, chi più ne ha più ne metta. E poi linee, cunei, colonne, cannonate, fino al fatidico plotone a fuoco. Bellissimi resteranno quei giorni passati a contatto diretto col carro armato, ma non solo; i nostri legami di amicizia si consolidavano e i rapporti con i nostri ufficiali si evolvevano assumendo sembianze confidenziali.

Sembrava un sogno che non avremmo mai voluto veder svanire, ma siamo alla stella e scusate se è poco.

Di colpo ci volgiamo indietro: abbiamo tutto in pugno. Siamo stati protagonisti di un’esperienza intensa ed eccezionale, che ci ha preparati ad affrontare il comando. Ma ciò che più ci affascina e piace è la portanza del corso i cui scopi e intenti non possono limitarsi esclusivamente alla preparazione militare. Qui si va inevitabilmente oltre, i confini si allargano così come i vantaggi che di pari passo se ne traggono. Il rispetto, la civiltà, l’obbedienza, l’amicizia, l’altruismo, il sacrificio, l’ordine, la disciplina, la sicurezza, l’autostima sono tutti valori e virtù che ognuno di noi ha avuto modo di far propri o arricchire durante i 150 giorni di corso. Di questo dobbiamo render grazie agli ufficiali della Scuola, così disponibili ed efficienti, quanto puntuali ed organizzati.

Il colpo è andato ancora una volta in sagoma centrando il bersaglio. Dopo una simile "BOTTA" siamo dunque caduti in piedi, congratulazioni!!!

Il destino ci divide, una stella ci unisce: in bocca al lupo S.Ten. del 158° Corso AUC.

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