LA BATTAGLIA DI BALAD - 6/2/1994
Tra
i tanti episodi drammatici che ricordo di quel periodo, darò la mia testimonianza diretta
su quello che "noi" del raggruppamento Alpha denominammo la "Battaglia di
Balad".
Era il 6 Febbraio del 1994, giornata particolarmente tranquilla nella quale il mio plotone
(il 3° della seconda compagnia carri Ariete), era a riposo con la disponibilità di due
M60A1 in prontezza operativa; al mattino comandai i "miei" carristi alla
manutenzione ordinaria dei mezzi e alla pulizia delle armi, dopo il pranzo stranamente
c'erano poche cose da fare e decisi di lasciare il plotone in libertà: sdraiarsi fuori
dalla tenda per prendere il sole in un'atmosfera da ferragosto che poche altre volte ci si
era concessi.
Passarono poche decine di minuti quando cominciò attorno a noi agitazione di elicotteri
che decollavano, parà della Folgore in servizio di nuclei anti-sommossa che partivano
velocemente e davanti a loro gli incursori del Col Moschin. Era una situazione abbastanza
frequente e in precedenza ci aveva coinvolto parecchie volte, ma quel giorno per noi era
di "festa", e non ci facemmo caso più di tanto, così quando, dopo mezz'ora
circa, arrivò il Comandante della nostra compagnia il Capitano Fabio Sandonnini che mi
mise in pre-allarme pensai che fosse uno dei tanti falsi allarme; mi disse "c'è un
po' di casino a Balad, stanno sparando, ma penso che si concluda presto, comunque tu
preparati con due equipaggi
.". Senza eccessiva preoccupazione andai a
"recuperare" i due equipaggi e mi dispiaceva disturbare questi ragazzi che per
giorni sotto il sole che picchia o durante la fredda notte africana avevano fatto servizi
su servizi, check point , scorte e pattugliamenti senza sosta e che ora si godevano una
giornata di riposo, ma purtroppo se si vuol essere efficienti in ogni momento ci si deve
preparare anche quando pensi che sia solo un falso allarme.
Mi sbagliavo, e infatti cominciarono presto a girare voci sempre più preoccupanti su
quello che stava accadendo nella cittadina di Balad: c'era troppa agitazione in quelle
esclamazioni dei militari che correvano veloci per prendere posizione o per comunicare
notizie ricevute dalla postazione radio di "Torre" circa un' imboscata che ha
bloccato i Bersaglieri nella via centrale . Ma anche se preparato con tranquillità tutto
il plotone era a disposizione e non mi restava che scegliere i componenti dei due
equipaggi; così, ricevuto l'ordine, partimmo con due M60.
Sul primo, pilotato dal Carrista Fioravanzo, c'ero io, (col ruolo di capo carro e capo
pattuglia) con il mio solito equipaggio, e sul secondo il capocarro era il vice comandante
del mio plotone il S.Ten. Gentile Loris, col servente e il cannoniere, e come pilota quasi
prepotentemente si era "intrufolato" il Sergente Maggiore Massimo Crispo: un
"veterano" della nostra compagnia e della Somalia dove, appunto, vi era stato
per due volte in missione in 12 mesi.
Non appena fummo in contatto radio con "Venere" (la centrale operativa) e con il
resto delle unità che stavano "fuori" capimmo che la situazione era
precipitata. Uscimmo dal campo a tutto quello che andavano i nostri vecchi ma massicci
carri armati e mentre imboccavamo la Via Imperiale in direzione Balad sentimmo via radio
le urla ed i pianti di chi chiedeva aiuto. In quel momento, spinti anche dalla rabbia e
dall'adrenalina, il nostro desiderio era quello di arrivare sul posto in una frazione di
secondo, anche se ci mancavano da percorrere cinque chilometri circa, con dei mezzi che
potevano viaggiare al massimo a quaranta chilometri orari. E le invocazioni d'aiuto che
nervose venivano trasmesse dagli apparati radio si sprecarono durante tutto il tragitto.
Eravamo ormai in prossimità del check point "Torre" situato all'inizio del
piccolo ponte sullo Uebi Scebeli a poche centinaia di metri dall'ingresso della cittadina
di Balad presieduto quel giorno dai carri M60 della nostra compagnia (del 1° plotone) e
ci dovemmo fermare e spostarci per lasciar passare un VM dei "Tuscania". A bordo
aveva un ferito grave: il Tenente Ruzzi. Non potrò mai dimenticare il suo volto mentre
veniva trasportato, fu una corsa inutile, con estrema rapidità verso il campo base, e
appena vi giunse morì: aveva perso troppo sangue.
Riprendemmo subito la nostra corsa fino a "Torre" dove trovammo il passaggio
ostruito da un nostro ACM crivellato di colpi, dal quale scese il conduttore, col volto
insanguinato, che barcollando si accasciò a terra; dietro si era formata una coda di
mezzi da combattimento: più di 5 cinque ACM, qualche carro VVC dei "Tuscania"
ed erano bloccati persino gli M60 che, come ho già detto, quel giorno erano proprio a
presidio dell'ingresso della cittadina. Questi furono i primi ad intervenire contro il
"nemico", ed erano in prima linea, e pur essendo impenetrabili dalle pallottole
avversarie, furono i primi a finire le munizioni per la "coassiale" MG ed in
parte per la contraerea 12,7 Springfield.
Mi venne raccontato che una colonna di mezzi ruotati italiani, se non ricordo male di
Bersaglieri, che proveniva da nord per dirigersi a Mogadiscio per fare ritorno in patria,
era stata colta in un'imboscata nel centro di Balad e circa metà di essa era rimasta
bloccata dalle improvvise barricate erette fulmineamente da decine e decine di somali
accanitisi subito contro i militari italiani a colpi di Ak47. I nostri, colti di sorpresa
riuscirono a rispondere abbastanza rapidamente ma altrettanto rapidamente finirono tutti i
colpi a loro disposizione, la gran parte di essi, una trentina circa, si rifugiarono
all'interno di una ex stazione di polizia in attesa di aiuto. Arrivarono per primi,
appunto, i carri M60 dal check point "Torre" per un primo disimpegno seguiti dai
"Tuscania" e poi dai "Col Moschin" e dai parà della
"Folgore" in tenuta anti sommossa.
Quando entrammo noi i feriti erano già stati evacuati dal centro, non si sentivano spari
e tutto era calmo, non si vedeva nessuno. Appena oltrepassammo le barricate, col carro
passammo letteralmente sopra alcune vetture che intralciavano il nostro cammino e la
sparatoria riprese. Facemmo da scudo ai "Col Moschin" e alle ultime truppe
rimaste in trappola per scortarle fino a "Torre"; utilizzammo tutti gli
armamenti a nostra disposizione sul carro eccetto il cannone da 105; io
"mitragliavo" con la mia Springfield 12,7, il mio cannoniere con l'MG coassiale,
il servente col FAL, sul carro del S.Tenente Gentile sparavano tutti compreso il Sergente
Maggiore Crispo con la sua Beretta, mentre pilotava il carro che pesante macinava ogni
cosa trovasse sul suo cammino.
Riuscimmo a scortare tutti fuori da Balad. Arrivati a "Torre" trovammo il
Gen.Fiore che ci elogiò tutti quanti per il lavoro svolto. Appena reintegrate le
munizioni utilizzate (l'80% circa), venni informato sulla quantità e gravità dei feriti
e purtroppo anche della morte del Tenente Giulio Ruzzi, ma il lavoro non era ancora
finito, e mi venne ordinato di rientrare a Balad con gli M60 per controllare la situazione
ed eventualmente localizzare i somali armati. Preso dalla drammaticità dei fatti osai
persino chiedere una improbabile autorizzazione all'uso del cannone da 105 , pur
conoscendo bene quali erano le regole di ingaggio, ed ovviamente non ottenni dal Generale
il permesso di usarlo, che mi ribadì il vincolò d'uso solo come controffensiva ad
eventuali armi controcarro, e comunque dal di fuori dei centri abitati. Il Tenente Ruzzi e
i ragazzi feriti non li conoscevo, però avevo saputo che con la loro colonna di mezzi se
ne stavano tornando "a casa" dopo mesi di fatiche e rischi corsi per il bene del
popolo somalo; e furono aggrediti proprio da un gruppo di somali, lasciati nella faziosa
ignoranza politica! Partimmo nuovamente in direzione di Balad, colmi di poco nobili
sentimenti di vendetta per i nostri compagni atterriti e feriti ma eravamo consci di
doverci controllare, per non commettere errori o, peggio, atti ignobili di violenza
gratuita, non necessaria. Ma mentre ripassavamo sul luogo della tragedia sentimmo di nuovo
le raffiche di AK47 colpire le nostre corazze. Individuammo decine di somali che da dentro
le case e dai terrazzi ci miravano e facevano fuoco a ripetizione per poi nascondersi.
Eravamo in pericolo e non ricordo quante maglie di 12,7 Springfield scaricai su quelle
case che si aprivano come cerniere e nemmeno tenni conto sul momento di quanti colpi di MG
e di FAL avevano sparato il mio cannoniere ed il mio servente e tanto meno sapevo quanto
aveva sparato il carro del S.Ten.Gentile. Oltretutto la mia radio si era rotta e poteva
solo ricevere: comunicavo ed impartivo, per quello che potevo, gli ordini a gesti.
Mi ricordo il S.Ten.Gentile che mi urlava di stare attento perché mi sporgevo troppo
fuori dal carro per sbloccare la Springfield che si inceppava mentre ci piovevano addosso
colpi da tutte le parti; io non potevo fare altrettanto con lui per via della mia radio
che non trasmetteva. Quando ormai i parecchi colpi a disposizione delle nostre
mitragliatrici stavano per finire, non si udì più alcuno sparo da parte dei somali
"
forse hanno preso paura e se ne sono scappati via" pensai e dato che
tutto sembrava essere tornato alla normalità, poco dopo uscimmo da Balad per far ritorno
al campo. A seguito di ricognizioni successive, ci comunicarono poi che quasi nessuno di
quei somali si salvò.
Chiaramente il mio è un giudizio di parte, in quanto quella descritta è stata una
missione da me vissuta, ma obiettivamente non posso che confermarne l'alto livello di
professionalità dimostrato dalle nostre truppe, la maggior parte delle quali costituite
da militari di leva. Certo ci sono stati, negli interventi in Somalia, degli episodi molto
sconcertanti nei quali sono stati coinvolti militari italiani della missione Ibis, e
questo non ci fa onore, ma per fortuna sono stati dei fatti isolati e il Nostro Stato deve
essere orgoglioso di tutti coloro i quali hanno operato a favore del popolo somalo che
vive in una situazione tragica, purtroppo al momento senza sbocchi (lo sta a dimostrare il
sostanziale fallimento di UNOSOM e della missione Restore Hope alla quale abbiamo
partecipato anche noi italiani). Col senno di poi può sembrare facile anche criticare le
scelte fatte dai vertici militari e dall'ONU che sotto gli occhi di tutti commisero degli
errori grossolani, a volte clamorosi.
Personalmente trovo si debba, scelte di vertice a parte, ammettere che le difficoltà
-climatiche, ambientali, sociali- erano numerose ed imprevedibili operando in quelle zone:
difficoltà che pagammo care, anche con vite umane.
Ribadisco ancora, infine, che i militari impegnati nelle varie mansioni, chiaramente non
solo quelli che avevo l'onore di comandare, si comportarono in maniera egregia e si
impegnarono come non mai. Questa per me è stata una sorpresa in quanto l'idea che i
soldati davano di se quando erano in caserma era quella di individui il cui compito
principale era quello di contare i giorni mancanti alla fine della "naja" e che
eseguivano gli ordini solo per non essere poi puniti. Assai pochi dimostravano amore o
passione per quello che facevano. Quando ci fu la "novità" della missione
"Ibis" qualcosa cambiò in loro, e quando fummo veramente operativi ci fu questa
dimostrazione a dir poco incredibile di professionalità, non attribuibile semplicemente
alla scarica di adrenalina imposta dalle pallottole sparate per colpirci. Essere sotto una
pioggia di proiettili ed avere chi ti sta accanto che ti dimostra di essere affidabile,
semplifica notevolmente ad un comandante, come lo ero io, il compito di gestire uomini
mezzi e materiali in situazioni veramente estreme. Una dimostrazione di serietà, impegno
e preparazione, quella dei nostri soldati di leva, che ci deve far riflettere.
Ascaro 231
Nominativo in maglia radio del S.Ten. Eneo Giatti, comandante del 3° Plotone della 2^
Compagnia Carri del 32° reggimento Carri, Raggruppamento Alpha, Balad Somalia,
Novembre1993-Marzo1994.