Un testimone oculare
Aderendo al mio invito,
Alberto ha gentilmente inviato ai lettori di "Ferrea Mole" una personale
descrizione della sua permanenza in Kosovo. Ritengo tale testimonianza particolarmente
interessante perchè data da un testimone oculare che riporta esattamente ciò che egli ha
visto senza altri filtri se non quello della propria coscienza.
Ringrazio Alberto per aver voluto donarci questo suo contributo utile per conoscere
qualcosa di più della situazione attuale di questa terra martoriata dalla guerra e
dall'odio.
Ho pensato di accompagnare lo scritto con alcune foto delle forze della KFOR
gentilmente inviate da Maurizio Parri. Questo perchè nessuno dimentichi che in quel luogo
lontano sono quotidianamente impegnati dei nostri Soldati al servizio della Pace.
Vi auguro una buona lettura.
Pierantonio Farina
Mi è stato chiesto di accompagnare le mie foto con le mie impressioni sul Kosovo, purtroppo non so se esse corrispondono alla verità perché non ho mai avuto la possibilità di avere uno scambio di opinioni con la gente del luogo. Ciò che qui riferisco sono appunto solo impressioni che ho tratto guardandomi in giro e parlando con alcuni soldati. Quanto racconto si riferisce al primo dei miei due viaggi effettuati in quella regione, solo la narrazione del viaggio di ritorno è relativa al secondo.
Tutto comincia con il volo da Pisa a Dakovika che viene offerto dalle aerolinee AMI sui
suoi favolosi C130H, un'esperienza interessante finché il volo non dura più di cinque
minuti, dopo tale periodo, a causa del rumore e delle vibrazioni, diventa una vera
tortura. E' praticamente obbligatorio utilizzare cuffie o tappi per le orecchie e il fatto
che immancabilmente si faccia qualche tappa a Roma e/o a Napoli per riempire di personale
l' aereo non rende certo il viaggio piu' piacevole. Se penso che un sottufficiale mi ha
raccontato che ritornando dalla Somalia si erano fatti quasi dodici ore di viaggio su
quest'aereo mi vengono i brividi. E' veramente un viaggio molto stressante anche se dura
in totale un paio di ore ma le altre nazioni non hanno certo mezzi migliori, l'ultima
volta sono tornato con un C160 Transall dell'Armee de l'Aire francese e se non e' zuppa e'
pan bagnato.
Una volta arrivati
a Dakovika situata ad una ventina di chilometri a sud di Peja (non azzardardatevi a
chiamarla Pec in presenza di un Kosovaro a meno che non sia di etnia serba) con dei
blindati ci hanno portato fino a destinazione. Dakovika é il posto dove l' aeronautica
Militare ha costruito il proprio aeroporto ma noi dovevamo proseguire fino a Gorazdevac
che si trova a pochi chilometri a est di Peja. L'impressione che si ricava osservando il
paesaggio è di ritrovarsi nei piccoli centri agricoli dell' Italia del nord negli anni
'60 o '70. Non ho visto grosse distruzioni, ci troviamo nella parte ovest del paese e
probabilmente la presenza serba era minima, comunque ci sono ancora tanti agricoltori
che usano carretti trainati da animali affiancati ad altri che usano i trattori.
Anche la vegetazione ricorda
quella presente nel Nord Italia e l'unica cosa un po' carente è la manutenzione
delle strade, strette e dissestate a causa della manutenzione assente, della presenza di
numerosi mezzi militari della NATO e soprattutto per il fatto che esse erano progettate
per un volume di traffico notevolmente inferiore a quello attualmente presente. Un altra
cosa che si nota è la mancanza di pulizia lungo le strade, appena ci si avvicina ad un
agglomerato urbano si osserva che la quantità di immondizia ai fianchi delle strade
aumenta in misura notevole. Una volta a Peja ho visto una donna che attraversava la strada
con una carriola piena di immondizia e rovesciava il contenuto sul ciglio della strada sul
lato opposto della propria abitazione. Specialmente nel periodo estivo il Genio ogni tanto
usciva nelle strade con le ruspe per cercare di pulire il più possibile per evitare il
rischio di epidemie. La prima volta che mi sono recato a maggio in Kosovo ho visto anche
delle zone a fianco delle strade contrassegnate con i nastri che indicano i campi minati
ma erano anche presenti le squadre di sminatori e a luglio era già tutto ripulito.
Avvicinandosi a Peja si cominciano
a vedere anche i segni della guerra anche se non eccessivamente vistosi, l'unica
testimonianza dell'intervento della NATO è a sud della città dove c' era una caserma
della polizia federale, l'effetto visivo della potenza dei bombardamenti è
notevole, se gli edifici demoliti durante gli scontri tra etnie mostrano delle parziali
distruzioni e generalmente le case presentano vistosi segni di incendi, la firma degli
aerei della NATO è decisamente più impressionante, gli edifici sono demoliti ed è
presente una quantità notevole di detriti, uno degli edifici della caserma, una
costruzione di piu' piani molto lunga, si presentava intatta alle due estremità
(perlomeno nella struttura) ma al centro dove era stata colpita dalle bombe i piani
dell'edificio si piegano verso il basso e la parte centrale è un unico cumulo di macerie.
Per arrivare a Peja si impiega circa un'ora tra sorpassi dei mezzi locali e slalom tra le
buche. In città scoppia il caos, tra la quantità assurda di mezzi della NATO,
principalmente dei Carabinieri uniti ai mezzi dell' UNMIK che è presente con proprie
forze di polizia, più gli osservatori dell'OSCE uniti alle varie organizzazioni
umanitarie (ho visto persino un camion della croce rossa giapponese) presenti ognuno con i
propri mezzi e organizzazione. Il tutto è condito con la presenza delle auto
locali aumentate a dismisura dopo la fine del conflitto grazie al contrabbando di auto
rubate. Considerando che tutto ciò si svolge su strade dimensionate per il traffico
ridottissimo presente prima della guerra e grazie anche alla assoluta mancanza di
manutenzione delle strade, capita di trovare strade piene di buche larghe fino ad un metro
e profonde trenta centimetri, questo rende l'attraversamento della città un vero
calvario. A parte il caos la città non sembra poverissima, perlomeno nel centro, nei
negozi si riescono a trovare quasi tutti i generi necessari. Anche se fino a luglio non
era attiva una rete di telefonia mobile, si potevano trovare tranquillamente in commercio
i telefonini, ma non chiedetemi spiegarvi il perché di ciò. In ogni caso i prezzi dei
generi di importazione sono simili a quelli delle merci presenti nei negozi italiani il
che mi fa pensare che i soldi da qualche parte ci debbano pur essere.
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La vita a Peja è abbastanza tranquilla (a parte il traffico), non
ci sono segni evidenti di distruzioni e si possono trovare merci di tutti i tipi, quello
che salta subito all'occhio sono le automobili; prima della guerra non dovevano
essere molte ma adesso sono persino troppe. Inoltre si nota subito che sono quasi tutte
rubate, i nuovi proprietari non si preoccupano nemmeno di togliere le targhe originali;
principalmente si tratta di macchine tedesche, solo un paio di volte ho visto macchine con
targhe italiane.
Ho chiesto se
si fa qualcosa per risolvere la situazione ma mi è stato risposto che le procedure di
sequestro dei veicoli, i problemi per riconsegnare il veicolo al proprietario originale e
le condizioni del veicolo stesso dopo pochi mesi di utilizzo sulle strade Kosovare rendono
consigliabile chiudere piu' di un occhio. Persino le macchine con targa originale
viaggiano con la targa capovolta in modo da mostrare il retro della targa e questo per
evitare di essere riconosciuti quando si attraversa una zona abitata da un etnia
diversa.Un altra curiosità riguarda l'automobilismo locale è la quantità di
lavamacchine. Tenendo presente la condizione del manto stradale pieno di terra e di buche,
non si capisce come mai si preoccupino così tanto di tenere la macchina pulita. Sembra in
realta si tratti di una vecchia abitudine, infatti durante il vecchio regime i proprietari
di auto venivano multati se viaggiavano con l'auto sporca e questa usanza è rimasta anche
adesso.
Peccato solo che la
stessa cura non venga posta nell'igiene della persona e nella cura dell'ambiente. Una cosa
evidente è l'odio che esiste fra le varie comunità, le poche volte che sono andato in
città ero sotto scorta dei militari, il problema era che io ero in abiti civili scortato
da militari e perciò venivo scambiato per un serbo, ti assicuro che non era piacevole
sentirsi addosso lo sguardo di decine di persone. Per fortuna questo succedeva solo nei
primi attimi, appena sceso dal blindato, poi un po' perché mi sentivano parlare italiano,
un po' perché portavo ben visibile al collo il tesserino della KFOR e sopratutto perché
ero un po' troppo spigliato e tranquillo per essere un serbo in mezzo a tanti albanesi, la
situazione si chiariva.
Ho
avuto anche l'occasione di andare fino a Pristina, è in quell'occasione che ho potuto
scattare la maggior parte delle foto che ho inviato a "Ferrea Mole". Pristina si
trova a circa 80 chilometri a est di Peja, ovvero più vicino alla Serbia, e lungo il
tragitto questo fatto si nota bene; infatti aumenta il numero delle carcasse delle auto
bruciate sul ciglio della strada e si notano bene anche le tombe dei morti durante gli
scontri etnici. Vedere delle tombe lungo il ciglio della strada è cosa comune perché non
usano come noi seppellire i loro morti in cimiteri chiusi, preferendo invece seppellirli
vicino alla loro casa o vicino al punto dove sono spirati. Le tombe vengono delimitate da
una semplice recinzione e non è insolito vedere edifici a più piani con il loro bravo
contorno di tombe nel cortile e la parabola della televisione satellitare alla finestra
(l' unica televisione è quella serba e perciò pur di non vedere quella televisione
tutti, ma proprio tutti, hanno acquistato la parabola). Un altro particolare che si nota
è la presenza sui muri delle case dei segni di proiettili di armi di vario calibro.
Aumenta anche il numero di case abbandonate, c'era un villaggio abitato esclusivamente da
serbi lungo la strada 8non ne ricordo piu' il nome) ed arrivando da Peja si incontrava
all'ingresso del paese una chiesa distrutta non so se a cannonate o con dell'esplosivo,
poi si entrava nel centro abitato completamente deserto; tutte le case erano ridotte a
scheletri vuoti ed ho persino avuto l'impressione che i kosovari albanesi si fossero
portati via persino i mattoni dei muri.
Avvicinandosi a Pristina si nota che nella parte in cui era più massiccia
la presenza serba c'era anche più ricchezza, spariscono i carretti trainati dagli animali
sostituiti dai trattori e anche le strade diventano più ampie. Si notano anche altri
particolari: le poche tombe dei serbi sono protette con delle gabbie massicce perchè gli
albanesi saccheggiano e distruggono sistematicamente tutto ciò che è serbo, tutte le
chiese serbe, od almeno quelle che sono rimaste in piedi, hanno il loro immancabile
contorno di blindati della KFOR. Potete vederne una in una foto che ti ho spedito con un
blindato norvegese davanti. Sulla strada e nella città di Pristina si nota l' effetto
dell'intervento della NATO, dove ho scattato le foto del BTR 80 russo c'era un grosso
ponte che attraversa un fiume, adesso esso è adagiato sul letto del fiume spezzato in
più tronconi, non ne è rimasta in piedi nemmeno una campata!
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Un altro effetto impressionante dell' intervento è visibile nel deposito di carburante alla periferia di Pristina e fatto vedere in televisione durante l'intervento NATO mentre era in fiamme. A parte il fatto che non si vede un solo edificio intatto all'interno della raffineria mentre gli edifici circostanti sono integri (pensate che alcune costruzioni non distano piu' di 50 metri dalla raffineria!), quello che più colpisce sono le grosse torri di stoccaggio del carburante, è come se una mano enorme le avesse afferrate ed appallottolate come un foglio di carta.
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Non ho avuto l'opportunità di visitare la città, vedendola
soltanto da una collina, ma l' impressione che ne ho tratto è che a differenza di
Peja, assomigliante ad una piccola cittadina di provincia, Pristina ha più l'aspetto
della grande città anche se le distruzioni della guerra sono più marcate.
Un altra cosa che mi ha colpito è stata una fila di carri merci bruciati fuori di una
stazione ferroviaria di periferia, un militare mi ha detto che sono stati usati per
trasportare i serbi in fuga verso la Serbia. Io ho visto una estremità della fila di
carri ma non sono riuscito a vederne la fine, sembra infatti che la colonna sia lunga
qualche chilometro.
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Un po' meno tranquillo è stato il secondo viaggio perché, nella seconda settimana di permanenza (all' incirca alla fine di luglio) la situazione era un po' degenerata probabilmente a causa dell'avvicinarsi delle elezioni amministrative in Kosovo, più volte ho sentito raffiche di mitra così che non mi è stato permesso di uscire in città nemmeno sotto scorta, l'unico fatto fuori dalla norma stato il viaggio di ritorno che si è svolto in elicottero e non in camion. Dovendo partire da Skopje in Macedonia a bordo un Transall francese, il tragitto da Peja fino all'aeroporto di partenza è stato compiuto su di SH-3D della Marina Militare.
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Si e' trattato di un viaggio interessante sia perché era il mio primo volo in elicottero (paragonato con quello effettuato con il C130 il viaggio, nonostante sia comunque necessario utilizzare le cuffie, mi e' sembrato meno stressante) sia perché è stato compiuto a bassa quota, anche se è forse esagerato definirlo un volo tattico. Questo mi ha permesso di osservare il paesaggio e notatare che il terreno agricolo è diviso in piccoli appezzamenti circondati da file di alberi probabilmente per difendere i raccolti dal vento. Ho subito pensato a cosa sarebbe potuto succedere se la NATO fosse intervenuta con truppe di terra durante il conflitto: in un territorio così fittamente suddiviso tanto da non consentire di individuare un avversario a più di qualche centinaio di metri (nel migliore dei casi), le imboscate sarebbero state all'ordine del giorno e la scoperta del nemico quasi impossibile se non tramite mezzi aerei.
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Il paesaggio cambia completamente non appena si superano le basse montagne che dividono il
Kosovo dalla Macedonia. Infatti mentre il Kosovo é esposto alle correnti settentrionali
fredde provenienti dalla Russia e quindi la vegetazione è verde e abbondante, la
Macedonia e' protetta dai monti e il clima assomiglia più a quello della Grecia o
dell'Italia del sud; ciò si nota prima di tutto dal cambiamento del colore della
vegetazione che assume prevalentemente le tonalità del marrone, i campi diventano più
ampi per estensione e diminuisce la presenza di alberi. Il cambiamento di clima e di
temperatura si avverte appena sono scesi dall'elicottero. Abituato al maglioncino
necessario la sera in Kosovo, il passaggio quasi istantaneo ai 35 e rotti gradi dell
aeroporto di Skopje non è stato molto gradevole.
Di lì il viaggio è continuato verso l'Italia.